venerdì 2 dicembre 2011

Virginia Woolf





Il committente e il croco


   Ai giovani che cominciano a scrivere, generalmente viene dato il consiglio plausibile ma totalmente impraticabile di scrivere quel che hanno da scrivere nella forma più chiara e stringata possibile, e senza avere altro pensiero che non sia quello di dire esattamente ciò che hanno dentro. Ma nessuno aggiunge mai in queste occasioni l’unica cosa veramente necessaria: «Badate soprattutto a scegliere con saggezza il vostro committente», anche se è proprio questo il fulcro dell’intera questione. Dal momento che il libro è sempre scritto perché qualcun  altro lo legga, e che il committente non è soltanto colui che paga ma anche, e in modo molto sottile e insidioso, l’istigatore e l’ispiratore di quanto viene scritto, è di estrema importanza che si tratti della persona giusta.
   Ma chi è allora la persona giusta – il committente che saprà estrarre con le sue lusinghe il meglio dalla mente dello scrittore, e portare alla luce la progenie più varia e vigorosa di cui sia capace? Epoche diverse hanno risposto in modo diverso a questa domanda. Per dirla in parole povere, gli elisabettiani scelsero di scrivere per l’aristocrazia e per il pubblico dei teatri. Il committente del diciottesimo secolo era un misto tra il bell’ingegno mondano e il libraio di Grub Street. Nel diciannovesimo secolo i grandi scrittori scrivevano per le riviste da mezza corona e per le classi agiate. E voltandoci indietro a guardare e ad applaudire gli splendidi risultati prodotti da queste diverse alleanze, si ha l’impressione che sia stato tutto invidiabilmente facile, che tutto sia andato liscio come l’olio rispetto alla nostra situazione: ma per chi dovremmo scrivere noi? Perché l’attuale offerta di committenti è di una varietà straordinaria e senza precedenti. C’è la stampa quotidiana, la stampa settimanale, la stampa mensile; il pubblico inglese e quello americano; il pubblico dei best-seller e quello dei libri che non vendono; il pubblico colto e quello più sanguigno; che sono oggi tutte entità organizzate e autocoscienti, capaci attraverso i loro vari portavoce di far conoscere pubblicamente i loro bisogni e di far sentire la loro approvazione o il loro scontento. Per questo lo scrittore che si è commosso alla vista del primo croco nei giardini di Kensington deve scegliere, prima di mettere penna su carta, tra una folla di possibili committenti quello che gli è più congeniale. È inutile dire: «Lasciali perdere tutti; pensa solo al tuo croco», perché scrivere è un mezzo per comunicare; e il croco resta un croco imperfetto finché non lo si condivide con qualcuno. Solo il primo o l’ultimo uomo sulla terra possono scrivere soltanto per se stessi ma sono un’eccezione, e un’eccezione non certo invidiabile, perché, se potessero leggere le loro opere, anche gli sciocchi sarebbero invitati a farlo.
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Da Come si legge un libro? e altri saggi, a cura di Paola Splendore, Baldini&Castoldi, Milano 1999.