lunedì 2 luglio 2018

Amedeo Anelli






Rappresentazione del silenzio

Ho sognato la neve.

L’assoluto silenzio
della neve in pianissimo.

Silenzio tutto in positivo

non ai bordi del suono
come quello della pioggia,

che è musica, eloquenza
ritmo.

Questa neve
nell’apparente slargo
del sogno
era geometria

disordinata geometria

ricca di traslazioni
fluttuazioni e saggezza.

Distesa sul foglio del sogno
si è seduta la neve,
e un fiocco si è situato
sulla mia mano.

L’ho sentito sciogliersi,
dileguarsi.

Come in un rituale
d’augurio mi sono
umettato dietro le orecchie.

Ho gioito della forza
costruttiva del silenzio,

dell’architettura necessaria del respiro

della neve che scende
necessariamente.


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Da Neve pensata, Mursia, Milano 2017, pp. 8, 9.

sabato 2 giugno 2018

g. z.




L’azienda agricola stretta com’era dai boschi
lassù dove finiva la lunga strada tortuosa che fiancheggiava il fosso
divenuta “fattoria didattica” avevano pensato di chiamarla La Quiete del Rio.
La quiete a sua volta terminava quando dai pullman le scolaresche festanti si                       riversavano]
contro steccati e recinti debitamente accolte dallo starnazzare delle oche
dal muggito della mucca
dai grugniti della scrofa coi maialini
nitriti di un par di cavalli
ragli di un asinello nondimeno istruito.


............................................................................................................................................Da La gravidanza della terra. Antologia di poesia rurale a cura di Daniela Marcheschi, Edizioni Olio Officina, Milano 2017, p. 82.

mercoledì 2 maggio 2018

Stefano Zanoli






Qualche anno fa, allo scoccare della mia terza decade, ebbi l’occasione di dare una svolta importante alla mia vita; lasciare tutto per trasferirmi là dove, seppur vagamente, pensavo di poter trovare tutto e, forse, diventare un uomo adulto a pieno titolo; lasciare l’Europa, mondo immutabile e sicuro, per andare in Africa. Fu così che me ne andai a sbattere il muso in un risvolto ancor più doloroso del normale principio di realtà. Una sberla da rimanerne intontito, paralizzato nell’afasia d’un groviglio informe di parole, dentro una tempesta d’emozioni, impietrito e agitato allo stesso tempo; uno di quei momenti in cui la vita pare abbia preso una piega drammatica “irreversibile”, si sia come cristallizzata in una vibrazione monocorde, nella frequenza di un eterno presente, privo di futuro e orfano di un passato lontano.
[…]
A Lagos, ex-capitale amministrativa della Repubblica federale di Nigeria, la più grande città dell’Africa occidentale, megalopoli-formicaio del nuovo millennio, ci andavo per lavoro, convinto che, del resto, “lavorare” fosse il modo migliore per viaggiare. Viaggiare; e non “visitare”. Sì perché nella mia testa ronzante di quei giorni c’erano soprattutto motivi romantici, non tanto impellenti prosaici bisogni. Ragioni oscure non razionalizzate. Una irrequietezza radicata in anni felici in via di sbiadimento per caso andata a incontrarsi, nella matassa delle cause-effetto della vita, col filo contorto d’una “occasione di lavoro”.


Zanoli-Una stagione in Nigeria

Stefano Zanoli, di Cesena, a Cesena insegna Matematica e Scienze in una Scuola Media e, sempre per l’ambito scolastico, ha redatto libri di scienze pubblicati da Le Monnier e A. Mondadori: tutto ciò in ragione degli studi compiuti presso l’Università di Bologna, che gli valsero, nel 1990, una laurea in Geologia.
D’altra natura, non precisamente “per le scuole”, anche se a mio avviso parimenti “utile” e “formativo”, è appena uscito Una stagione in Nigeria, per conto della benemerita casa editrice forlivese L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, senza comunque dimenticare che il libro fu prima stampato da una tipografia cesenate nel 2012, dunque in poche copie fuori commercio, evidentemente destinato in primo luogo agli amici. Ed è stata senza dubbio l’insistenza degli amici che ha convinto Stefano a uscire finalmente allo scoperto, ossia con un editore vero, vincendo le ritrosie e il connaturato riserbo che lo contraddistinguono. Ne è del resto una prova tangibile la lettera-prefazione dell’amico scrittore Luigi Riceputi, che compare in entrambe le edizioni, estratta dallo scambio epistolare che a suo tempo accompagnò la stesura dell’opera di Zanoli.
L’edizione “clandestina”, va detto, recava in ultima pagina la dicitura “Cesena, 2000-2005”, appunto il luogo e gli anni della stesura, che però ora nell’edizione “ufficiale” l’autore non ripropone, forse per uno scrupolo che a mio parere risulterebbe ingiustificato, dal momento che tra l’una e l’altra edizione non si scorgono che minimi e minimali ritocchi. Dico ingiustificato perché in questo libro le date hanno indubbiamente un loro peso, trattandosi della testimonianza di un’esperienza (lavorativa, come geologo, ma soprattutto extra lavorativa) realmente vissuta, in Nigeria, a Lagos, in un preciso arco di tempo, quattro mesi del 1996, tra aprile e luglio, quindi vent’anni fa, quando l’autore aveva giusto trent’anni. Inoltre, dalle suddette datazioni, veniamo a sapere che il libro non è stato scritto “in diretta”, bensì a una decina di anni di distanza dagli episodi narrati, e che ha richiesto una lunga elaborazione. Infatti chi avrà il piacere di leggerlo si accorgerà ben presto che non si tratta del tipico libro-sfogo di un esordiente, ma il libro di uno scrittore avvertito e dai molteplici registri espressivi, nonché di un fine lettore, come viene fuori dalle tante citazioni che vi circolano, più o meno esplicite, dagli amatissimi Melville e Conrad, Céline e Sereni. Per non parlare del titolo stesso, che non a caso rimanda all’Inferno del giovane Rimbaud, perché anche la Nigeria, per come la visse il ragazzo Zanoli fu davvero, in ogni senso, un inferno.
g. z. 


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Una stagione in Nigeria, L’arcolaio, Forlì 2018.    

domenica 1 aprile 2018

Vittorio Sereni







Diana


Torna il tuo cielo d’un tempo
sulle altane lombarde,
in nuvole d’afa s’addensa
e nei tuoi occhi esula ogni azzurro,
si raccoglie e riposa.

Anche l’ora verrà della frescura
col vento che si leva sulle darsene
dei Navigli e il cielo
che per le rive s’allontana.

Torni anche tu, Diana,
tra i tavoli schierati all’aperto
e la gente intenta alle bevande
sotto la luna distante?

Ronza un’orchestra in sordina;
all’aria che qui ne sobbalza
ravviso il tuo ondulato passare,
s’addolce nella sera il fiero nome
se qualcuno lo mormora
sulla tua traccia.

Presto vien giugno
e l’arido fiore del sonno
cresciuto ai più tristi sobborghi
e il canto che avevi, amica, sulla sera
torna a dolere qui dentro,
alita sulla memoria
a rimproverarti la morte.


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Da Frontiera, Edizioni di «Corrente», Milano 1941.

giovedì 1 marzo 2018

Dylan Thomas







Nella mia arte scontrosa o mestiere


Nella mia arte scontrosa o mestiere
Praticata nel silenzio notturno
Quando soltanto la neve infuria
E gli amanti giacciono nel letto
Con tutti i loro affanni tra le braccia,
Io mi affatico a una luce che canta
Non per pane o ambizione
O per pavoneggiarmi e vender fascino
Sui palcoscenici d’avorio,
Ma per il comune salario
Del loro più intimo cuore.

Non per il superbo che s’apparta
Dalla luna che infuria io scrivo
Su queste pagine di spuma
Né per i morti che torreggiano
Con i loro usignoli e i loro salmi,
Ma per gli amanti, le braccia
Attorno alle angosce dei secoli,
Che non pagano lodi né salario
E non si curano del mio mestiere o arte.


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Da Poesie, traduzione e note di Ariodante Marianni, con un’appendice di versioni di Eugenio Montale, Piero Bigongiari, Alfredo Giuliani, Einaudi, Torino 1981, pp. 108 e 109.

giovedì 1 febbraio 2018

Antun Branko Šimić







Noi e il corpo


Nelle mie vene scorre il veleno bevuto
nella lussuria, nelle notti ubriache.
E il veleno marcisce. Il corpo marcisce. Io vivo nella bara.

Anche il corpo mi ripugna. Come
separarsene, come esserne liberati?
Il corpo è peso, marcio, estraneo.
Mi piacerebbe sfuggirgli, abbandonarlo
e involarmi per sempre nella libertà.

Ma così, conviviamo indivisibili.
Chi mi ha unito a questo estraneo?
Il corpo: il peso mi trattiene a terra
e mi farà sprofondare tutto, senza che nulla rimanga.

Accanto al letto, una giovane mi sorride.
Come potrei avvicinarla senza un corpo?
Non posso fuoriuscire. Non posso toccarla.
Il mio tatto, come quello della morte, semina ovunque distruzione.

In sogno ci separiamo. Mi sono liberato, aleggio
e voglio levarmi in volo e volare -

E mi sveglio: giaccio nella bara.


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Da Corpo e destino, Laghi di Plitvice, Lugano 1998, traduzione di Dubravko Pušek.

lunedì 1 gennaio 2018

Bartolo Cattafi







La macchina

Montando i lucidi
pezzi del congegno
t’impasti d’olio le mani
ghiottamente pregusti
l’odore riscaldato dell’acciaio
la macchina in funzione
che ti colma la vita
ti acceca ti assorda
ti morde le dita
sussultando ti stritola ti sega…


Non si evade

Non si evade da questa stanza
da quanto qui dentro non accade.


L’allodola ottobrina

S’alzò in volo e cantò invece
l’allodola ottobrina
prima che giungesse concentrato
il piombo dodici undici dieci.


Certezze

No non amo pensieri
processi problemi in movimento
si scarichino a sussulti
le macchinette vitali
amo cose ben ferme
certezze già raggiunte
gradino soglia salve
da non più varcare
mari dai flutti prosciugati
conchiglie abitate
da un alto murmure occulto.


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Da L’allodola ottobrina, Mondadori, Milano 1979, pp. 19, 68, 75, 126.