sabato 26 settembre 2026

g.z.

                                   FUOR DI LIBRI

Juvenilia

1.
Quando ancora riesco a vedermi nella canicola
dal casale della nonna scarpinare giù                       
tra i campi ancora fumanti di rugiada                          
fino al torrente Rigossa rimasto un fossato          
velato da lenzuoli trasparenti                  
tra i ciottoli e la sabbia scivolosa
dove scodinzolavano i girini
e ancora sento il solletico 
dell’acqua fresca salirmi dai piedi 
o ancora tento l’andirivieni di una libellula
un concerto di cicale o un luccicare di lucciole.

2.
Torna di tanto in tanto il fanciullo che ero
a dirmi che la vita è stata
sui gradini di granito di una casetta di periferia
un giocattolo di latta, forse una ruspa, un meccano
troppo bello per non cedere alla tentazione
di smontarlo e di guardarci dentro
fino a rimanere con un pugno di viti
di ghiere di rivetti di perni di bulloni
da non capirci più niente.
Torna a dirmi che è meglio lasciar perdere.


Lassù

Lassù, tra calanchi e dirupi, da dove talvolta si vedeva volare il falco pellegrino, l’acqua del fiume Savio, prima di ridiscendere verso valle, scivolava da una piccola diga in una conca dove stazionavano rare, timidissime trote che mangiavano sul presto, mai oltre una certa ora della mattina, e non sempre, perché c’erano mattine che disdegnavano il cibo, ma questo il pescatore lo sapeva.

Tornava a inerpicarsi fin lassù, innanzi tutto per il piacere di ritrovarsi di nuovo solo, nel silenzio, a rimirare l’acqua ancora pura, innocente, di quella conca sperduta che per lui, in definitiva, valeva forse di più di ciò che riservava.


Fondo di magazzino

Diverse sigarette spente appena accese.
Una pistoletta di latta, bilie di vetro, francobolli.
Una cravatta nera e sottile, del periodo punk.
Un biglietto d’ingresso per la sera di ferragosto del 1986 al Club 3000 di Lido di Savio.
Una tessera del Melkweg (Multi Media Zentrum) di Amsterdam.
Un bicchiere da bagno in polipropilene dello storico marchio “Moplen” di Montecatini.
Un poster dell’album “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd.
Un rimario.
Una stella alpina, o edelweiss. 
Un cavalluccio marino, o ippocampo.
Alcuni noccioli, o endocarpi, della “Bella di Cesena”.


Rimanenze

Sagome di edifici, linee, prospettive, confini, contorni, tettoie di un mercato deserto nella trafila dei tubi Innocenti.
L’aria, l’acqua, entro la forza di gravità che ci sostiene.
E poi monete, armi, rifiuti di ogni fatta, il solito sporco lavoro da archeologi.




Dentro alla poesia

Difficile immaginare un titolo più bello o perlomeno più adatto. Perché Gabriele è, come spesso i veri lirici, autore di poesie, semmai di raccolte, magari piccole, più che di libri veri e propri. È, nel caso di un autore come questo, una forza quasi estranea alla sua voce più profonda a spingerlo verso la costruzione di libri. Una voce che proviene dalla stessa vita del poeta: quella vita che egli sente – anzitempo! – sfilacciarglisi di tra le dita.
“Fuor di libri” dunque ma dentro alla parola poetica, intendendo con questa non solo la parola che vive nel o del verso ma quella che vive dentro al discorso, questo sì, poetico. Ormai la pace è stata fatta nei testi di Zani tra prosa e poesia, che appaiono categorie sorpassate: “Juvenilia” è in versi, “Lassù” in prosa distesa, “Rimanenze” in prosaici paragrafi cortissimi, “Fondo di magazzino”… in lunghissime righe o afflati di voce che non sopportano sospensione.
“Fuor di libri” ma dentro alle cose della vita, con tanto di nomi e di riferimenti concreti, di realia che si rifiutano di diventare simboli –  anche se, volenti o nolenti, finiscono con l’essere tali: viti ghiere rivetti perni bulloni… il fiume Savio e il lido di Savio… i tubi Innocenti… i Pink Floyd e la Bella di Cesena. Una ricerca affannata della parola giusta (e affascinata dalla parola giusta): che più la trovi e meno lo è: “Una stella alpina, o edelweiss. / Un cavalluccio marino, o ippocampo. / Alcuni noccioli o endocarpi, della ‘Bella di Cesena’”. Una “conca”, un abisso che “per lui, in definitiva, valeva forse di più di ciò che riservava”.
Fino a rimanere “con un pugno di viti”: “Fondo di magazzino” per l’appunto, “Rimanenze” dei poeti rimasti fedeli “Rimanenti”, fedeli testimoni.

                           Jean Robaey


sabato 8 agosto 2026

Leggendo "adiparvan" di Jean Robaey

 


Leggendo adiparvan di Jean Robaey


Anche adiparvan (Bohumil, Bologna 2023), altra tappa de l’epica, ossia di quel viaggio totale e totalizzante (via terra, via mare, subacqueo e celeste, astrale, spirituale, sanguinante, sacro, profano, divinatorio, e infine letterario) che Jean Robaey sta portando avanti da sempre con assoluta abnegazione, anche adiparvan, come già fu per le precedenti tappe, e per le relative pubblicazioni che via via si palesarono, si presenta di ardua decifrazione (ma decriptazione, verrebbe quasi da dire, di diverse pagine), per un comune lettore come il sottoscritto. Sarebbe comunque sbagliato pensare che l’opera di Robaey sia destinata solo a poche anime elette, di esclusiva competenza dei cosiddetti esperti del settore, dei critici letterari. Per gli stessi critici di professione, il cui compito dovrebbe essere quello di indicare ai comuni lettori la chiave di lettura di ogni opera e nel contempo di trovarne la giusta collocazione nel panorama della letteratura, l’impresa risulta ostica. 

Questo perché ci troviamo di fronte a un’opera non classificabile secondo tradizionali canoni, e di conseguenza darne una chiave di lettura non è semplice, sempre che ne esista una sola. Che essa rientri a pieno titolo nel genere “epica” lo certifica lo stesso autore intitolandola l’epica, e fin qui tutti d’accordo, ma di quale epica si tratta? Già il titolo generale è spaesante, suggerisce l’idea che non si tratti di una epica ben precisa, che si svolga entro un circoscritto arco di tempo. Infatti il lettore si accorgerà ben presto che di epica si occupa soprattutto l’epica, di farsi carico di tutte le epiche, passate e financo ancora da scrivere. Che poi Robaey sia un patito, un fissato dell’epica, che egli abbia trovato nelle epiche le forme a lui più congeniali per esprimersi in versi, non lo scopriamo certo oggi con adiparvan. Semmai, dentro e al di là de l’epica stessa, anche in questo libro emerge l’amore di Robaey per la poesia nella sua globalità. 

Le etichettature, come si sa, sono spesso di comodo, e limitanti. Sotto l’etichetta di poeta epico, Robaey si rivela anche un eccellente lirico, un esperto conoscitore di diverse lingue, un traduttore dai più diversi idiomi, un accorto critico, un fine metricista o metricologo, e non so più cos’altro. Vero che nell’opera di Robaey ci sono dei precisi rinvii all’epica classica, ma l’Odissea, tanto per dire, è meno epica in senso stretto dell’Iliade, e l’Eneide ancora meno, piena com’è di senso elegiaco del vivere. Vero che ci sono dei precisi rinvii alla Bibbia, a Giobbe, al Virgilio dell’Eneide e delle Georgiche, a testi cinesi, che si va da Properzio ai fiamminghi Ben Cami e Karel van de Woestijne traduttore dei Sette contro Tebe di Eschilo. Vero anche che si spazia dai Cantos di Pound fino al Quadernetto alla polvere (tradotto in francese da Robaey nel 2022) del lirico lucano Sinisgalli. Senza peraltro dimenticare che la struttura prescelta dall’autore per organizzare la sua epica è fuori da ogni epica, saga, o Chanson de Roland che dir si voglia occidentale, visto che si rifà al Mahābhārata dell’antica India, attribuito a Vyasa, il poema epico più lungo della letteratura mondiale, composto da circa 100.000 strofe in sanscrito. Insomma, ce n’è abbastanza per ubriacarsi.

In adiparvan però, viene in soccorso del lettore qualche aiuto importante. A fine libro troviamo un prezioso contributo di Salvatore Jemma (Sognare, divenire, attrarre, desiderare), e prima ancora una Nota di Robaey che si apre così: “Cedo alla richiesta dell’editrice di Bohumil Maria Gervasio (sono solito cedere alle richieste degli amici) di scrivere una nota in qualche modo chiarificatrice: una specie di chiave di lettura, personale e in parte fuorviante, prima della lettura fraterna e profonda di Salvatore Jemma. Premetto che spesso fatico a riconoscere e a comprendere quanto ho scritto; in tutti i miei testi d’altronde (non soltanto in quest’alba) mi perdo, perdo il filo.” E già tale confidenza dovrebbe indurre il lettore a evitare di chiedersi che cosa stia scrivendo Robaey, dal momento che, per sua stessa ammissione, neppure lui esattamente lo sa: “mi perdo, perdo il filo.”  Segue dicendo: “Mi rendo conto che questo riflettere sui generi letterari può stridere con la scrittura poetica: è tuttavia alle radici del mio scrivere.” Se poi proviamo a capire la tecnica compositiva di Robaey ci troviamo ancora una volta letteralmente spiazzati. Si potrebbe pensare alla scrittura torrentizia, senza filtri e senza cesure, inconscia, cosiddetta “automatica” di alcuni poeti della Beat Generation, come il Ginsberg di Urlo o il William Carlos Williams di Paterson (Williams tra l’altro tradotto da Vittorio Sereni, altro poeta amatissimo e centrale per Robaey). Potremmo tirare in ballo Joyce, i Cantos di Pound (Cantos che restano tuttora incomprensibili ai più). Con una differenza: le opere di questi poeti che hanno preceduto Robaey, per quanto difficili da capire, avevano un inizio e una fine, erano e restano opere frutto di un disegno preordinato. Invece l’opera di Robaey non ha fine, non persegue altro fine se non quello della poesia tout court, con ogni mezzo, fino alla polvere (per usare la metafora che in adiparvan più si utilizza in merito alla morte). Qui ci basti riportare quanto dice l’autore al termine della sua Nota: “La successiva alba fu smisurata – e forse rimarrà impubblicabile.” 

E alla fine di questa mia sorta di recensione a adiparvan, ciò che davvero mi sento di poter dire è che l’epica di Jean Robaey ci commuove, ci coinvolge, ci sprona, ci alletta, ci intristisce e ci esalta, ci fa amare e ci fa odiare, che non ha affatto un preciso destinatario, che è di tutti e per tutti, che nessuno vi è escluso, e che va letta “a vista” (come si dice “navigare a vista”), e che se per nostra sfortuna non sapessimo chi ne è l’autore, potremmo comunque pensare (cosa che probabilmente non dispiacerebbe neppure allo stesso Robaey) che si tratta di un poeta operante intorno al 2000 d.c.

Per concludere mi permetto una digressione, visto che ho l’onore, il privilegio, di essere da molti anni un amico di Jean, che senz’altro considero un mio maestro. So bene che egli preferisce l’Iliade all’Odissea, ma fantasticando, quando penso a lui, non mi viene in mente Achille, Paride o Enea, bensì Ulisse, o ancor meglio Odisseo, visto che siamo in Grecia. Odisseo che riparte da Troia, naviga e naviga, ma temporeggia e temporeggia, e alla fine sembra che non ne abbia poi una gran voglia di ritornare a Itaca da Telemaco e da Penelope. Cosicché per Jean parlerei senz’altro di un poeta senza una vera e propria patria, di un esploratore, di un giramondo, di un meteco, o meglio, di un cittadino del mondo.

                                                                                                                                               g. z.


...
l’incomunicabile esperienza della morte
a questa questi oppongo versi
...
si accumulano segni sulla carta
sul computer che vengono dal buio
schiere di lettere disposte come soldati

come i solchi che il contadino traccia
dritti sotto il sole mentre rovina
la zolla su se stessa nel vuoto di sé
che la mano sicura dell’uomo crea
definiscono sotto il sole i buoi sotto giogo
detto per figura splende il vomere che ogni
taglio nuovo pulisce della gleba che fa
presa e poi scivola dal ferro appuntito
ogni passo rialza la terra e dissolve
il vuoto creato che scema e si riempie
di materia la figura di polvere minuta
che per poco si raggruma si pone si sfa
lo sguardo è al sole già alto alle
linee dritte tracciate invano nelle viscere
tornando ogni volta a capo della terra
che tocco anch’io con la mano stringo
piano ora se torno con mano ad aprirla
se la materia è tanta che mi aspetta e dissolvo
...