venerdì 29 marzo 2013

Benedetto Croce




XV. L’avversione alla letteratura contemporanea

   In verità, quando si guarda allo spettacolo della letteratura viva, o meglio dei fisicamente viventi della letteratura, come anche la chiamano, militante, si prova un frequente senso di repugnanza e un rimprovero che risuona dentro noi stessi a non attardarci a contemplarlo, ché sarebbe « bassa voglia ». Scrittori mediocrissimi, « anime sciocche », vi si pavoneggiano tra le lodi o le esaltazioni di altri bramosi di porsi al loro fianco e rizzarsi bene in vista. Discussioni a perdita di fiato vi s’intessono sull’arte e sui suoi fini e i suoi mezzi, e delineazioni di programmi e di scuole, che sono prove di lamentevole ignoranza e di volgarità nei concetti. Le rare opere di pregio e i rari ingegni nati all’arte sono messi alla pari degli altri che non hanno nessun merito e nessun vigore, quando addirittura non vengano posposti: il demimonde, la società equivoca, soverchia le monde, il vero mondo, cioè la piccola società eletta. Un tono generale di pettegolezzo e di intrigo regna in quella cerchia, che dovrebbe essere di poesia e di letteratura; l’« arrivismo » vi si caccia dentro, disertando la cerchia che meglio gli converrebbe degli affari e dei lucri. È ben comprensibile il disgusto che gli amatori veraci della poesia e della letteratura provano e che li fa rifuggire da quei ridotti e restare o tornare in fretta colà dove stanno eretti i templa serena. Molti, segnatamente, come è naturale, giovani sono affascinati e presi da quel bollore di vita loro vicino; ma i più intelligenti, col riflettere, con lo studiare, col maturarsi alla serietà del fare, conosciutolo per quello che è, lo ripongono tra le loro esperienze e passano a più degna operosità, poetica o non poetica, letteraria o non letteraria che sia.


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Brano tratto dal libro di Croce già segnalato nel precedente post (pp. 302-303).

giovedì 21 marzo 2013

Benedetto Croce











I. Ancora della lettura poetica di Dante


Ma aggiungerò che non mi pare che si debba nascondere che l’assunto del viaggio oltremondano e i modi in cui Dante fu astretto a immaginarlo, facciano sorgere talora il sentimento di difficoltà e contradizioni in cui urta e di tentativi e sforzi di superarle, che non tornano a pieno persuasivi, e poiché egli vi si ostina o si cava come può d’imbarazzo, provochino nei lettori l’accennarsi di un lieve sorriso. Come mai (si pensa, ma forse non piace dire) Dante osò dannare all’inferno, inviare ai castighi educativi del purgatorio o collocare nel paradiso, creature umane, storicamente individuate, con sentenze che solo Dio poteva pronunziare, egli che pur sapeva, e faceva rammentare con gravi parole da Manfredi, che non vi ha giudizî sulla vita vissuta dai singoli individui che possano condurre con sicurezza a conclusioni di questa sorta, perché, quando ogni altro manchi, resta un momento ultimo, quello della morte, in cui la creatura può rivolgersi direttamente al Creatore e a lui aprirsi e lui pregare e da lui ottenere perdono? La Chiesa stessa cattolica non credo che abbia mai negato o limitato questo diritto dell’uomo, che è insieme diritto di Dio: ancorché gli ecclesiastici abbiano talvolta cacciato nell’inferno quelli che in vita intaccarono o calpestarono loro interessi politici o economici, come usarono, per esempio, con Carlo Martello, nonostante che avesse con le vittorie di Tours e di Narbonne impedito all’invasione e alla fede islamitica di allargarsi in Europa[1], e ancorché, per un altro verso, abbiano sbagliato in certe loro santificazioni e debbano sempre sospettare che qualcuno dei loro santi possa ripetere a loro il gesto di quel dottore medievale santificato in Parigi, che si levò dal cataletto per gridare agli astanti nella chiesa di non affliggerlo con le loro orazioni, perché egli « iusto iudicio Dei » stava all’inferno. E Dante assunse come cosa a lui lecita, con una sorta di disinvoltura o di candore, le parti di Dio, unicamente perché il suo pensiero etico e religioso e la varia e ricca poesia che in lui tumultuava volle incanalare nella forma letteraria della visione di un altro mondo, che lo portava bensí a decretare dannati taluni, perfino quando ancora vivevano nel mondo e mangiavano e bevevano e dormivano e vestivano panni e perciò si potevano pentire e conciliare con Dio, ma con ciò si dava una agevolezza che altrimenti gli sarebbe mancata. Ma né egli circondò i suoi dannati di sacro orrore, ché anzi s’intrattenne con loro placidamente come se stessero non in obbrobriose e atroci camere di tortura, ma in luoghi nei quali potessero attendere a legare conversazioni sulle cose del mondo, passionalmente e anche nobilmente da loro risentite, e tributò a questi suoi personaggi affetto e ammirazione; né, d’altro lato, quando l’animo così gli diceva, si restrinse sempre a lasciarli ai più che bastevoli castighi che di continuo pativano, perché, come si sa, gioí a volte dei loro patimenti, incitò a tormentarli con maggiore crudeltà, stese egli stesso la mano per afferrare per la cuticagna e strappare i capelli a Bocca degli Abati, che non chiedeva se non di essere dimenticato sulla terra. È naturale che innanzi a questo comportamento, al quale era ora costretto ora incoraggiato dalla forma letteraria da lui adoprata e che gli permetteva finanche lo sfogo delle sue private vendette e capricci, le labbra del lettore si muovano qualche volta « un poco a riso », come a lui era avvenuto nell’osservare gli atti e le parole di Belacqua, e che il lettore o il critico esca in qualche parola conforme a questo solletico interiore; perché grande è la riverenza che Dante ispira, ma essa non richiede che gli si stia attorno come il chierichetto che serve la messa: atteggiamento che meglio conveniva ai « dantisti », pei quali il principale e l’essenziale era il romanzo teologico e il secondario la poesia, laddove per noi, lettori di poesia, tale rapporto, nella sua opera composita, si presenta invertito. Quel sorriso nasce in noi altrettanto spontaneo, quanto l’elevazione alla poesia che Dante viene creando, e bisogna lasciarlo passare come tutto ciò che è sincero ed è vero.
   Tanto più che io ho un sospetto dentro di me e sulle labbra una domanda, che vorrei discretamente muovere: se si sia proprio sicuri che Dante a certe sue trovate sull’altro mondo non rischiarasse e allietasse sé stesso con l’ironia. Perché no? Perché era Dante (si risponderà). Ma era Dante come l’hanno costruito nella loro immaginazione gli ammiratori e panegiristi; e certamente nella realtà egli fu più vario e più ricco di questo suo ritratto.






[1] Si vedano altri casi di tali pie condanne politiche all’inferno in D’ANCONA, I precursori di Dante (Firenze, Sansoni, 1874), pp. 70-82.


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In Letture di poeti, Editori Laterza, Bari 1966, pp. 20-22. Nelle «Opere di Benedetto Croce», Scritti di storia letteraria e politica, XXXIX, prima edizione 1950.

giovedì 7 marzo 2013

Paul Celan





Lettera a Hans Bender


 Caro Hans Bender,
   La ringrazio per la Sua lettera del 15 maggio e per l’amichevole invito a collaborare alla Sua antologia Il mio poema è il mio coltello.
   Ricordo di averLe detto a suo tempo che il poeta, non appena il poema sia realmente compiuto, viene di nuovo esentato dalla sua iniziale complicità. Oggi cercherei di formulare in altro modo questo convincimento, ovvero di differenziarlo; ma in sostanza continuo sempre ad avere questa – vecchia – opinione. Certo, esiste anche quello che oggi tanto volentieri e sbrigativamente si designa come artigianato. Senonché – mi permetta codesta abbreviazione del mio pensiero e della mia esperienza – l’artigianato, come in genere la pulizia nel mestiere, è presupposto di qualsiasi poesia. Questo artigianato certissimamente non sta su un terreno d’oro[1] – e chissà poi se ha un qualunque terreno. Esso ha i suoi baratri e le sue profondità – più d’uno (ahimè, io non sono tra questi) ha perfino un nome per tutto ciò.
   Un manufatto – è questione di mani. E quelle mani poi appartengono soltanto a un uomo, cioè a un’unica mortale creatura, la quale con la voce e con il suo silenzio cerca di aprirsi una strada.
   Solo mani veraci scrivono poesie veraci. Io non vedo nessuna differenza di principio tra una stretta di mano e un poema.
   E non ci si venga adesso a parlare di «poiein» e cose simili. Ciò aveva, con tutte le sue attinenze vicine e lontane, tutt’altro significato che nel contesto attuale.
   Certo, esistono modi per esercitarsi – in senso spirituale, caro Hans Bender! E a margine, a ogni angolo di strada della lirica, c’è questo andar sperimentando con il cosiddetto materiale verbale. Le poesie, sono altresì dei doni – doni per chi sta all’erta. Doni che implicano destino.
    «Come si fanno le poesie?»
   Per qualche tempo, anni addietro, io ho potuto vedere e più tardi osservare attentamente da una certa distanza come il «fare» diventi, prima, fattura, e un po’ alla volta fattucchiera. Già, esiste anche questo, Lei forse lo sa. – Non succede per caso.
   Viviamo sotto cieli oscuri, e – di uomini ce n’è pochi. Proprio per questo ci sono anche così poche poesie. Le speranze che ho ancora non sono grandi; cerco di tenermi in serbo quanto mi è rimasto.
   Con tutti i migliori auguri per Lei e il Suo lavoro
   Suo
Paul Celan

Parigi, 18 maggio 1960.





[1] La frase risulta comprensibile solo se si tiene presente un antico proverbio secondo cui un buon mestiere, una volta acquisito, è sempre redditizio. Sebastian Franck, nei suoi Proverbi pubblicati a Francoforte nel 1560, lo cita nella versione attribuita all’umanista Johannes Agricola: «Ein Handwerk hat einen güldin Boden» [Un artigianato ha un terreno d’oro].


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Da La verità della poesia, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993, pp. 57-58.

giovedì 14 febbraio 2013

Grazia Cherchi





Visto non si stampi

  Da qualche lustro, e non per hobby, leggo dattiloscritti di narrativa italiana. Dico subito che il mestiere di lettore implica, oltre a una certa propensione al masochismo, anche il carico di una notevole responsabilità morale: forse anche per questo è tra i peggio pagati d’Italia.
   Chi manda questi dattiloscritti? Un po’ tutti. Infatti, com’è noto, tutti credono di saper scrivere un romanzo. Carta e penna sono di uso generale e, così si crede, la lingua italiana, il cui vocabolario fra l’altro va sempre più comodamente riducendosi. Quindi il tassista come il cardiologo, il commercialista come il portiere prima o poi un romanzo rischiano di scriverlo.
   Di qui il flusso ininterrotto di narratori che si abbatte su case editrici e riviste letterarie. L’unica modesta proposta che ho avuto occasione di fare per arginare l’ondata è il razionamento della carta: tot carta pro capite, e deve bastare per tutta la vita.
   Per di più oggi, a causa dello “scrittore star” (fotografato, intervistato, televisionato) il settore qui da noi è in espansione. Dura infatti già da un bel po’ lo show degli scrittori quarantenni nostrani, e pare inarrestabile la loro promozione anche a giornalisti-costumisti su quotidiani e settimanali. Cosicché l’Italia che scrive invia dattiloscritti e insieme la tacita invocazione: aiutate anche me ad emergere!
   Il fatto che rende il tutto vagamente grottesco è che non esista quasi pubblico neanche per gli autori italiani con anzianità di scrittura (così come non è mai esistito, nonostante il baccano sulle piazze, un pubblico della poesia), figuriamoci per le opere prime.
   Tornando a chi non riesce a farsi pubblicare, per quel che ho potuto leggere di persona il raccolto è misero: molta cenere e pochissimi diamanti. In genere i testi degli aspiranti scrittori guardano compulsivamente al cinema e approdano allo sceneggiato televisivo, fatto inevitabile considerando che i loro autori consumano certo più vita davanti alla televisione che davanti alla pagina (la lettura – stando a una recente inchiesta – occupa per esempio il sedicesimo posto negli interessi dei giovani).
   Perché la situazione è così compromessa? Forse si stanno scontando i danni causati negli anni Sessanta dalla neoavanguardia con la sua imposizione della testualità e negli anni Settanta dall’istigazione alla creatività individuale. Per non parlare delle responsabilità della critica, che ha rinunciato a certe esigenze di qualità abbassando talmente il livello generale da renderlo palesemente accessibile a chiunque. Tanto che qualunque aspirante scrittore può legittimamente indursi a pensare: se il romanzo osannato è questo, allora sono in grado di scriverlo anch’io.
   Sono comunque dell’avviso che per un esordiente sia meno facile di qualche anno fa arrivare alla pubblicazione: vi concorrono la situazione economicamente più precaria della nostra editoria, il consolidato privilegiamento della narrativa straniera, e tante altre brutte cose su cui molto si è già discettato. Conclusione: aspirante scrittore vade retro. Vistononsistampi (ammesso che si sia visto, cioè letto: ci sono case editrici che rinviano subito al mittente i testi ancora chiusi nelle loro buste, con risparmio postale). Così il vecchio adagio che lo scrittore si vede al secondo romanzo risulta impossibile da verificare, dato che non esce il primo.
   Naturalmente non esiste invece il problema di riuscire a pubblicare per i personaggi da prima pagina nei vari campi, giudiziario incluso: nessuno rifiuterebbe il primo romanzo di Licio Gelli o di Renzo Arbore, anche se Gelli prendesse a protagonista un entertainer con corteggio di macchiette e Arbore un giallo a colpi di logge. A costoro si strapperebbero le cartelle di mano via via che qualcun altro gliele scrivesse.
   Così, anche se c’è qui da noi un clima abbastanza favorevole al romanzo (ma mi domando se non si tratti più che altro di un equivoco con i mesi contati), allo stesso modo che in altre attività i posti sono tre e i candidati cinquemila. E per i tre posti si fanno sotto i raccomandati di ferro, di ottone e di bronzo, e i servi furbi (anche se ormai la furbizia è merce inflazionata: pochi non sono furbi al giorno d’oggi), il tutto sovrastato dall’egida, sotto cui prospera ogni commercio, dei “signori del cinismo”. Parafrasando Elzensberger, che ad anni come questi si debba pensare con indulgenza, sarebbe chieder troppo.
   Concludendo queste annotazioni, consiglierei agli aspiranti scrittori di provare e riprovare a scrivere quello che capita loro sotto gli occhi (e non altrove o on the road), di sviluppare un po’ di più quelle forme di nevrosi che un tempo si chiamavano umiltà e pazienza, e di ricordare infine l’età a cui esordì come romanziere Daniel Defoe: sessant’anni.

                                              Panorama, dicembre 1985



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Da Scompartimento per lettori e taciturni, prefazione di Giovanni Giudici, introduzione di Piergiorgio Bellocchio, a cura di Roberto Rossi, Feltrinelli, Milano 1997.

lunedì 28 gennaio 2013

Karl Kraus






Lo scrivere non sarebbe altro che la capacità di somministrare con le parole un’opinione al pubblico? Allora la pittura dovrebbe essere l’arte di dire una opinione con i colori. Ma i giornalisti della pittura si chiamano appunto imbianchini. E io credo che uno scrittore sia colui che dice al pubblico un’opera d’arte. L’onore più grande fino a oggi me lo concesse un lettore che mi confessò con imbarazzo che riusciva a capire le mie cose solo alla seconda lettura. Esitava a dirmi che non riusciva bene a cavarsela col mio linguaggio. Era un conoscitore e non lo sapeva. Le lodi del mio stile mi lasciano indifferente, ma i rimproveri che mi vengono rivolti mi renderanno presto superbo. Da molto tempo avevo realmente una certa paura che si potesse provare soddisfazione già alla prima lettura dei miei scritti. E che? Una proposizione deve servire al pubblico perché ci si sciacqui la bocca? I feuilletonisti, che scrivono in lingua tedesca, partono in forte vantaggio rispetto agli scrittori, che scrivono dalla lingua tedesca. Vincono al primo sguardo e deludono il secondo: è un po’ come si stesse dietro le quinte e si vedesse che tutto è di cartone. Negli altri invece la prima lettura è un po’ come un velo che copre la scena. E allora chi dovrebbe applaudire? Quelli fischiano prima di vedere la scena. Così si comportano i più; perché non hanno tempo. Davanti ai quadri ammettono volentieri che non si tratta soltanto della raffigurazione di un fatto che lo sguardo coglie subito: poi si sforzano di aggiungere un secondo sguardo per avvertire qualcosa anche dell’arte dei colori. Ma un’arte della costruzione di proposizioni? Se si dice loro che esiste una cosa del genere, quelli pensano subito all’osservanza delle leggi della lingua.

Nella scienza della lingua un autore non deve essere infallibile. Anche l’uso di materiale impuro può giovare a un fine artistico. Io non evito espressioni vernacole, se servono a un’intenzione satirica. L’arguzia, che lavora con rappresentazioni date e presuppone una terminologia corrente, preferisce la lingua in uso alla lingua giusta, e nulla le è più estraneo dell’aspirazione al purismo. Si tratta di arte del linguaggio. Che una cosa del genere esista viene avvertito da cinque persone su mille. Gli altri vedono una opinione e appesa a essa una battuta di spirito che si può mettere comodamente all’occhiello. Non sospettano nulla del mistero della crescita organica. Valutano solo il materiale. A partire dalla rappresentazione più piatta si può raggiungere l’effetto più profondo: davanti allo sguardo del lettore che ho descritto tutto tornerà a essere piatto. La banalità come elemento della forma satirica: un calembour le resta in mano.

Bisogna leggere due volte i miei lavori, per avvicinarsi a essi. Ma non ho nulla in contrario se li si legge tre volte. Comunque preferisco che non li si legga affatto, se li si deve leggere una volta sola. Non vorrei prendere alcuna responsabilità per le congestioni di una testa vuota che non ha tempo.

Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, i buoni e i cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi.

Ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.

Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina da scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo.

Un aforisma non ha bisogno di esser vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla.


............................................................................................................................................Da Detti e contraddetti, a cura e con un saggio di Roberto Calasso, Adelphi Edizioni, Milano, IV edizione gli Adelphi, aprile 2002, pp. 133-134, 136, 137.

martedì 22 gennaio 2013

Franco Fortini





Consigli (?) per giovani poeti

   Qui non v’è luogo a consigli, che non siano quelli, come dire?, universalmente umani. La fatica di decifrare il senso della propria dimora al mondo, e il luogo di applicazione del sé, anche prima che dovere è realtà di chiunque. Credere (come credo) alla utilità di taluni consigli – fossero anche piccole prediche morali, quali L’uomo di lettere difeso e emendato di Daniello Bartoli o Il Parini ovvero della gloria di Giacomo Leopardi – non deve impedirci di intendere che quella utilità è tanto maggiore quanto più i consigli somiglino a quelli di un manuale dell’ebanista o del radioamatore e meno alle opere di teoria della letteratura. In un molto citato frammento del 1860 Baudelaire chiamava gli angeli di Parigi a testimoni che egli aveva fatto il suo dovere (e dovrebbe commuoverci che devoir voglia anche dire: compito di scolaro) «come un perfetto chimico e come un’anima santa». Era la medesima fiducia che lo aveva fatto certo di un luogo serbato al Poeta (con maiuscola) «fra i ranghi beati delle sante Legioni». Ebbene, vorrei che il nostro secolo ci avesse insegnato che quella santità è una metafora impraticabile. Che poesia e religione non sono sovrapponibili. Che una vita può voler essere santa senza poesia. Che meglio è essere un buon chimico o letterato o grammatico che un poeta con accesso (vedi un po’ cosa bisogna pur dire!) alla santità o alla dannazione. Quanto meno un Gradus ad Parnassum si proporrà a sostituto di una Introduzione alla vita devota, tanto più avremo vite devote ossia dedicate; e versi, se non bellissimi, almeno allusivi alla bellezza.


............................................................................................................................................ “Il Sole 24 Ore”, 25 aprile 1993.

mercoledì 16 gennaio 2013

Renzo Vidale








La città interiore


Nell'epoca della comunicazione globale, con tutta la retorica legata alla diffusione di Internet a livello planetario, l'uomo contemporaneo vive in realtà in abitazioni tecnologiche che lo isolano dal mondo esterno, sempre più percepito come minaccioso. Anche le città si sono trasformate in paesaggi unificati dall'anonimato e dalla mancanza di un progetto di vita comune fondato sui veri bisogni dell'uomo. La bellezza che resta (e in Italia non è certo di poco conto), quando non è segregata nei musei, è spesso mummificata a cielo aperto e non si raccorda più in modo vitale con gli spazi pulsanti che la circondano. Naturalmente esistono ancora luoghi che resistono, che sanno ancora coniugare, sia pure in parte, presente e passato, e dove un inguaribile cittadino come me potrebbe vivere (un nome poco originale per tutti: Parigi), ma ormai con un entusiasmo sempre più ridotto dal disincanto dovuto all'esperienza.
Ma, al di là di ogni considerazione, non posso fare a meno di amare due città. La prima è Milano, perché ci sono nato e in essa ho trascorso gran parte della mia vita. La seconda è Venezia, che conosco dalla più tenera infanzia, grazie alla presenza di una casupola a Castelfranco Veneto, dove le mie zie materne accoglievano la mia famiglia durante le vacanze estive. È a Venezia che da piccolo (avevo 4, forse 5 anni) ho visto per la prima volta la sofferenza e la morte. Ricordo ancora oggi in modo nitido il piccione che nell’angolo affollato di un ponte continuava a girare faticosamente intorno a se stesso, colle zampe che ogni tanto cedevano e lo costringevano a rovesciarsi su un fianco. 
Per un po' di volte non si arrese, si rialzò e riprese la sua affannosa danza finché, dopo una caduta identica alle altre, non si rialzò più. Mi colpì il suo aspetto malato, i suoi piccoli occhi arrossati e le tante piume scompigliate che sembravano sul punto di staccarsi. E poi quell'immobilità assoluta che contrastava con il frenetico girotondo di pochi attimi prima. Fu un'autentica rivelazione. 
Credo che i luoghi che più amiamo sono quelli legati alle epifanie che si incrociano con la nostra vita: probabilmente avrei ricordato qualunque altro scenario in cui quel frammento di realtà si fosse manifestato. Per caso fu a Venezia, in un contesto fin troppo perfetto per quell'episodio, ma avrebbe potuto essere a Brugherio o a Inveruno, e allora queste cittadine, per quanto anonime, si sarebbero iscritte per sempre nella mia memoria. Così la città che veramente amo non è rintracciabile nelle carte geografiche, è una città interiore che si è formata grazie al legame che determinati ambienti hanno stabilito con certi fatti della mia vita, spesso minimali, proprio nel momento in cui ero in grado di cogliere la loro misteriosa e inquietante grandezza. È una città dall'urbanistica complessa, spesso caotica, dove piazze, vie e vicoli convivono a stretto contatto con la periferia e con la campagna. A 17 anni andai in gita scolastica a Genova e lì vidi per la prima volta vicolo Prè, un concentrato dell'umanità varia che i porti di mare offrono a chi si perde nei loro meandri. In quell'umido ho avvertito la fatica di vivere in contesti degradati, ma ho anche sentito con forza, per contrasto, la vitalità della nostra specie, e l'ho riconosciuta nelle mie stesse vene. Il vicolo ora si trova, vicino e nello stesso tempo lontano, a villa Emo, una costruzione palladiana immersa nella campagna veneta. Si tratta di un esempio di fusione tra architettura e ambiente citato nei manuali di storia dell’arte. Sono tornato in questo luogo nel luglio scorso e, per la prima volta, sono penetrato nel centro della sua bellezza. Ero l'unico visitatore. Dalla sala centrale le cui porte erano spalancate su due viali simmetrici che si perdono nella campagna tra filari di alberi, in un silenzio perfetto, ho visto all’improvviso i tendaggi delle finestre muoversi impercettibilmente e una leggerissima brezza mi ha sfiorato. In un momento irripetibile di sospensione temporale, mi sono sentito parte di quel microcosmo, perfettamente integrato nell'essenza di quel paesaggio. 
Nella mia città-mosaico si trova anche il giardino zoologico di Milano, che oggi non esiste più. Durante una visita con mio padre (siamo di nuovo nel periodo della mia infanzia) vidi per la prima volta una pantera. Si muoveva senza sosta nella gabbia e poi, con occhi di brace fissi sui visitatori, spalancava le fauci e ruggiva. Quei suoni terribili che laceravano l'aria continuammo a sentirli ancora per un po' anche dopo essere usciti dallo zoo, mescolati ai rumori del traffico. Sentivo oscuramente quella pantera muoversi dentro di me, che quelle fauci, quei denti acuminati erano i miei rivolti verso il futuro, e che volevo vivere fino in fondo tutta la vita che avevo davanti a me, così misteriosa e densa di promesse. E nello stesso tempo, che era molto difficile, quasi impossibile, evadere dalla gabbia. 
È in questa città che ancora oggi mi aggiro e mi perdo, senza più la speranza di trovare un’impossibile filo d'Arianna, ma in cui gli ambienti che riconosco mi permettono ancora di gettare qualche esile ponte con i luoghi che attraverso nella realtà.


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Inedito.