sabato 8 agosto 2026

Leggendo "adiparvan" di Jean Robaey

 


Leggendo adiparvan di Jean Robaey


Anche adiparvan (Bohumil, Bologna 2023), altra tappa de l’epica, ossia di quel viaggio totale e totalizzante (via terra, via mare, subacqueo e celeste, astrale, spirituale, sanguinante, sacro, profano, divinatorio, e infine letterario) che Jean Robaey sta portando avanti da sempre con assoluta abnegazione, anche adiparvan, come già fu per le precedenti tappe, e per le relative pubblicazioni che via via si palesarono, si presenta di ardua decifrazione (ma decriptazione, verrebbe quasi da dire, di diverse pagine), per un comune lettore come il sottoscritto. Sarebbe comunque sbagliato pensare che l’opera di Robaey sia destinata solo a poche anime elette, di esclusiva competenza dei cosiddetti esperti del settore, dei critici letterari. Per gli stessi critici di professione, il cui compito dovrebbe essere quello di indicare ai comuni lettori la chiave di lettura di ogni opera e nel contempo di trovarne la giusta collocazione nel panorama della letteratura, l’impresa risulta ostica. 

Questo perché ci troviamo di fronte a un’opera non classificabile secondo tradizionali canoni, e di conseguenza darne una chiave di lettura non è semplice, sempre che ne esista una sola. Che essa rientri a pieno titolo nel genere “epica” lo certifica lo stesso autore intitolandola l’epica, e fin qui tutti d’accordo, ma di quale epica si tratta? Già il titolo generale è spaesante, suggerisce l’idea che non si tratti di una epica ben precisa, che si svolga entro un circoscritto arco di tempo. Infatti il lettore si accorgerà ben presto che di epica si occupa soprattutto l’epica, di farsi carico di tutte le epiche, passate e financo ancora da scrivere. Che poi Robaey sia un patito, un fissato dell’epica, che egli abbia trovato nelle epiche le forme a lui più congeniali per esprimersi in versi, non lo scopriamo certo oggi con adiparvan. Semmai, dentro e al di là de l’epica stessa, anche in questo libro emerge l’amore di Robaey per la poesia nella sua globalità. 

Le etichettature, come si sa, sono spesso di comodo, e limitanti. Sotto l’etichetta di poeta epico, Robaey si rivela anche un eccellente lirico, un esperto conoscitore di diverse lingue, un traduttore dai più diversi idiomi, un accorto critico, un fine metricista o metricologo, e non so più cos’altro. Vero che nell’opera di Robaey ci sono dei precisi rinvii all’epica classica, ma l’Odissea, tanto per dire, è meno epica in senso stretto dell’Iliade, e l’Eneide ancora meno, piena com’è di senso elegiaco del vivere. Vero che ci sono dei precisi rinvii alla Bibbia, a Giobbe, al Virgilio dell’Eneide e delle Georgiche, a testi cinesi, che si va da Properzio ai fiamminghi Ben Cami e Karel van de Woestijne traduttore dei Sette contro Tebe di Eschilo. Vero anche che si spazia dai Cantos di Pound fino al Quadernetto alla polvere (tradotto in francese da Robaey nel 2022) del lirico lucano Sinisgalli. Senza peraltro dimenticare che la struttura prescelta dall’autore per organizzare la sua epica è fuori da ogni epica, saga, o Chanson de Roland che dir si voglia occidentale, visto che si rifà al Mahābhārata dell’antica India, attribuito a Vyasa, il poema epico più lungo della letteratura mondiale, composto da circa 100.000 strofe in sanscrito. Insomma, ce n’è abbastanza per ubriacarsi.

In adiparvan però, viene in soccorso del lettore qualche aiuto importante. A fine libro troviamo un prezioso contributo di Salvatore Jemma (Sognare, divenire, attrarre, desiderare), e prima ancora una Nota di Robaey che si apre così: “Cedo alla richiesta dell’editrice di Bohumil Maria Gervasio (sono solito cedere alle richieste degli amici) di scrivere una nota in qualche modo chiarificatrice: una specie di chiave di lettura, personale e in parte fuorviante, prima della lettura fraterna e profonda di Salvatore Jemma. Premetto che spesso fatico a riconoscere e a comprendere quanto ho scritto; in tutti i miei testi d’altronde (non soltanto in quest’alba) mi perdo, perdo il filo.” E già tale confidenza dovrebbe indurre il lettore a evitare di chiedersi che cosa stia scrivendo Robaey, dal momento che, per sua stessa ammissione, neppure lui esattamente lo sa: “mi perdo, perdo il filo.”  Segue dicendo: “Mi rendo conto che questo riflettere sui generi letterari può stridere con la scrittura poetica: è tuttavia alle radici del mio scrivere.” Se poi proviamo a capire la tecnica compositiva di Robaey ci troviamo ancora una volta letteralmente spiazzati. Si potrebbe pensare alla scrittura torrentizia, senza filtri e senza cesure, inconscia, cosiddetta “automatica” di alcuni poeti della Beat Generation, come il Ginsberg di Urlo o il William Carlos Williams di Paterson (Williams tra l’altro tradotto da Vittorio Sereni, altro poeta amatissimo e centrale per Robaey). Potremmo tirare in ballo Joyce, i Cantos di Pound (Cantos che restano tuttora incomprensibili ai più). Con una differenza: le opere di questi poeti che hanno preceduto Robaey, per quanto difficili da capire, avevano un inizio e una fine, erano e restano opere frutto di un disegno preordinato. Invece l’opera di Robaey non ha fine, non persegue altro fine se non quello della poesia tout court, con ogni mezzo, fino alla polvere (per usare la metafora che in adiparvan più si utilizza in merito alla morte). Qui ci basti riportare quanto dice l’autore al termine della sua Nota: “La successiva alba fu smisurata – e forse rimarrà impubblicabile.” 

E alla fine di questa mia sorta di recensione a adiparvan, ciò che davvero mi sento di poter dire è che l’epica di Jean Robaey ci commuove, ci coinvolge, ci sprona, ci alletta, ci intristisce e ci esalta, ci fa amare e ci fa odiare, che non ha affatto un preciso destinatario, che è di tutti e per tutti, che nessuno vi è escluso, e che va letta “a vista” (come si dice “navigare a vista”), e che se per nostra sfortuna non sapessimo chi ne è l’autore, potremmo comunque pensare (cosa che probabilmente non dispiacerebbe neppure allo stesso Robaey) che si tratta di un poeta operante intorno al 2000 d.c.

Per concludere mi permetto una digressione, visto che ho l’onore, il privilegio, di essere da molti anni un amico di Jean, che senz’altro considero un mio maestro. So bene che egli preferisce l’Iliade all’Odissea, ma fantasticando, quando penso a lui, non mi viene in mente Achille, Paride o Enea, bensì Ulisse, o ancor meglio Odisseo, visto che siamo in Grecia. Odisseo che riparte da Troia, naviga e naviga, ma temporeggia e temporeggia, e alla fine sembra che non ne abbia poi una gran voglia di ritornare a Itaca da Telemaco e da Penelope. Cosicché per Jean parlerei senz’altro di un poeta senza una vera e propria patria, di un esploratore, di un giramondo, di un meteco, o meglio, di un cittadino del mondo.

                                                                                                                                               g. z.


...
l’incomunicabile esperienza della morte
a questa questi oppongo versi
...
si accumulano segni sulla carta
sul computer che vengono dal buio
schiere di lettere disposte come soldati

come i solchi che il contadino traccia
dritti sotto il sole mentre rovina
la zolla su se stessa nel vuoto di sé
che la mano sicura dell’uomo crea
definiscono sotto il sole i buoi sotto giogo
detto per figura splende il vomere che ogni
taglio nuovo pulisce della gleba che fa
presa e poi scivola dal ferro appuntito
ogni passo rialza la terra e dissolve
il vuoto creato che scema e si riempie
di materia la figura di polvere minuta
che per poco si raggruma si pone si sfa
lo sguardo è al sole già alto alle
linee dritte tracciate invano nelle viscere
tornando ogni volta a capo della terra
che tocco anch’io con la mano stringo
piano ora se torno con mano ad aprirla
se la materia è tanta che mi aspetta e dissolvo
...