sabato 8 agosto 2026

Leggendo "adiparvan" di Jean Robaey

 


Leggendo adiparvan di Jean Robaey


Anche adiparvan (Bohumil, Bologna 2023), altra tappa de l’epica, ossia di quel viaggio totale e totalizzante (via terra, via mare, subacqueo e celeste, astrale, spirituale, sanguinante, sacro, profano, divinatorio, e infine letterario) che Jean Robaey sta portando avanti da sempre con assoluta abnegazione, anche adiparvan, come già fu per le precedenti tappe, e per le relative pubblicazioni che via via si palesarono, si presenta di ardua decifrazione (ma decriptazione, verrebbe quasi da dire, di diverse pagine), per un comune lettore come il sottoscritto. Sarebbe comunque sbagliato pensare che l’opera di Robaey sia destinata solo a poche anime elette, di esclusiva competenza dei cosiddetti esperti del settore, dei critici letterari. Per gli stessi critici di professione, il cui compito dovrebbe essere quello di indicare ai comuni lettori la chiave di lettura di ogni opera e nel contempo di trovarne la giusta collocazione nel panorama della letteratura, l’impresa risulta ostica. 

Questo perché ci troviamo di fronte a un’opera non classificabile secondo tradizionali canoni, e di conseguenza darne una chiave di lettura non è semplice, sempre che ne esista una sola. Che essa rientri a pieno titolo nel genere “epica” lo certifica lo stesso autore intitolandola l’epica, e fin qui tutti d’accordo, ma di quale epica si tratta? Già il titolo generale è spaesante, suggerisce l’idea che non si tratti di una epica ben precisa, che si svolga entro un circoscritto arco di tempo. Infatti il lettore si accorgerà ben presto che di epica si occupa soprattutto l’epica, di farsi carico di tutte le epiche, passate e financo ancora da scrivere. Che poi Robaey sia un patito, un fissato dell’epica, che egli abbia trovato nelle epiche le forme a lui più congeniali per esprimersi in versi, non lo scopriamo certo oggi con adiparvan. Semmai, dentro e al di là de l’epica stessa, anche in questo libro emerge l’amore di Robaey per la poesia nella sua globalità. 

Le etichettature, come si sa, sono spesso di comodo, e limitanti. Sotto l’etichetta di poeta epico, Robaey si rivela anche un eccellente lirico, un esperto conoscitore di diverse lingue, un traduttore dai più diversi idiomi, un accorto critico, un fine metricista o metricologo, e non so più cos’altro. Vero che nell’opera di Robaey ci sono dei precisi rinvii all’epica classica, ma l’Odissea, tanto per dire, è meno epica in senso stretto dell’Iliade, e l’Eneide ancora meno, piena com’è di senso elegiaco del vivere. Vero che ci sono dei precisi rinvii alla Bibbia, a Giobbe, al Virgilio dell’Eneide e delle Georgiche, a testi cinesi, che si va da Properzio ai fiamminghi Ben Cami e Karel van de Woestijne traduttore dei Sette contro Tebe di Eschilo. Vero anche che si spazia dai Cantos di Pound fino al Quadernetto alla polvere (tradotto in francese da Robaey nel 2022) del lirico lucano Sinisgalli. Senza peraltro dimenticare che la struttura prescelta dall’autore per organizzare la sua epica è fuori da ogni epica, saga, o Chanson de Roland che dir si voglia occidentale, visto che si rifà al Mahābhārata dell’antica India, attribuito a Vyasa, il poema epico più lungo della letteratura mondiale, composto da circa 100.000 strofe in sanscrito. Insomma, ce n’è abbastanza per ubriacarsi.

In adiparvan però, viene in soccorso del lettore qualche aiuto importante. A fine libro troviamo un prezioso contributo di Salvatore Jemma (Sognare, divenire, attrarre, desiderare), e prima ancora una Nota di Robaey che si apre così: “Cedo alla richiesta dell’editrice di Bohumil Maria Gervasio (sono solito cedere alle richieste degli amici) di scrivere una nota in qualche modo chiarificatrice: una specie di chiave di lettura, personale e in parte fuorviante, prima della lettura fraterna e profonda di Salvatore Jemma. Premetto che spesso fatico a riconoscere e a comprendere quanto ho scritto; in tutti i miei testi d’altronde (non soltanto in quest’alba) mi perdo, perdo il filo.” E già tale confidenza dovrebbe indurre il lettore a evitare di chiedersi che cosa stia scrivendo Robaey, dal momento che, per sua stessa ammissione, neppure lui esattamente lo sa: “mi perdo, perdo il filo.”  Segue dicendo: “Mi rendo conto che questo riflettere sui generi letterari può stridere con la scrittura poetica: è tuttavia alle radici del mio scrivere.” Se poi proviamo a capire la tecnica compositiva di Robaey ci troviamo ancora una volta letteralmente spiazzati. Si potrebbe pensare alla scrittura torrentizia, senza filtri e senza cesure, inconscia, cosiddetta “automatica” di alcuni poeti della Beat Generation, come il Ginsberg di Urlo o il William Carlos Williams di Paterson (Williams tra l’altro tradotto da Vittorio Sereni, altro poeta amatissimo e centrale per Robaey). Potremmo tirare in ballo Joyce, i Cantos di Pound (Cantos che restano tuttora incomprensibili ai più). Con una differenza: le opere di questi poeti che hanno preceduto Robaey, per quanto difficili da capire, avevano un inizio e una fine, erano e restano opere frutto di un disegno preordinato. Invece l’opera di Robaey non ha fine, non persegue altro fine se non quello della poesia tout court, con ogni mezzo, fino alla polvere (per usare la metafora che in adiparvan più si utilizza in merito alla morte). Qui ci basti riportare quanto dice l’autore al termine della sua Nota: “La successiva alba fu smisurata – e forse rimarrà impubblicabile.” 

E alla fine di questa mia sorta di recensione a adiparvan, ciò che davvero mi sento di poter dire è che l’epica di Jean Robaey ci commuove, ci coinvolge, ci sprona, ci alletta, ci intristisce e ci esalta, ci fa amare e ci fa odiare, che non ha affatto un preciso destinatario, che è di tutti e per tutti, che nessuno vi è escluso, e che va letta “a vista” (come si dice “navigare a vista”), e che se per nostra sfortuna non sapessimo chi ne è l’autore, potremmo comunque pensare (cosa che probabilmente non dispiacerebbe neppure allo stesso Robaey) che si tratta di un poeta operante intorno al 2000 d.c.

Per concludere mi permetto una digressione, visto che ho l’onore, il privilegio, di essere da molti anni un amico di Jean, che senz’altro considero un mio maestro. So bene che egli preferisce l’Iliade all’Odissea, ma fantasticando, quando penso a lui, non mi viene in mente Achille, Paride o Enea, bensì Ulisse, o ancor meglio Odisseo, visto che siamo in Grecia. Odisseo che riparte da Troia, naviga e naviga, ma temporeggia e temporeggia, e alla fine sembra che non ne abbia poi una gran voglia di ritornare a Itaca da Telemaco e da Penelope. Cosicché per Jean parlerei senz’altro di un poeta senza una vera e propria patria, di un esploratore, di un giramondo, di un meteco, o meglio, di un cittadino del mondo.

                                                                                                                                               g. z.


...
l’incomunicabile esperienza della morte
a questa questi oppongo versi
...
si accumulano segni sulla carta
sul computer che vengono dal buio
schiere di lettere disposte come soldati

come i solchi che il contadino traccia
dritti sotto il sole mentre rovina
la zolla su se stessa nel vuoto di sé
che la mano sicura dell’uomo crea
definiscono sotto il sole i buoi sotto giogo
detto per figura splende il vomere che ogni
taglio nuovo pulisce della gleba che fa
presa e poi scivola dal ferro appuntito
ogni passo rialza la terra e dissolve
il vuoto creato che scema e si riempie
di materia la figura di polvere minuta
che per poco si raggruma si pone si sfa
lo sguardo è al sole già alto alle
linee dritte tracciate invano nelle viscere
tornando ogni volta a capo della terra
che tocco anch’io con la mano stringo
piano ora se torno con mano ad aprirla
se la materia è tanta che mi aspetta e dissolvo
...

domenica 16 novembre 2025

Cesare Zavattini





Introduzione

 

Tutti conoscono Cesare Zavattini, sceneggiatore di grandi capolavori del neorealismo come: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1952), ma anche fumettista, giornalista satirico, narratore, pittore, poeta, anche poeta dialettale con Stricarm’ in d’na parola (Stringermi in una parola). Una raccolta di 50 poesie nel dialetto di Luzzara, pubblicata nel 1973, che Pasolini in un’entusiastica recensione definì come un “libro bello in assoluto [...] dove tutto è rimesso in gioco, tutto, per dir meglio, ritorna finalmente in gioco”. Un libro che non passò inosservato, ma che per la difficoltà di lettura, credo, non venne recepito come meritava (i più dovettero accontentarsi di leggerlo in italiano) e fu ben presto dimenticato. Zavattini, che, come confessa in una lettera all’amico editore Valentino Bompiani, nasce “con il bisogno fisico di essere sincero”, qui trova finalmente nel dialetto lo strumento ideale per esprimere “la verità”. Verità che è lì a portata di mano, nelle cose di tutti i giorni, nelle persone che ci stanno vicine, nella natura... ma che fatichiamo a cogliere, perché ci è nascosta dal mondo fittizio che noi stessi abbiamo creato e dai rapporti umani distorti, a cui ci costringe la società moderna. Tutto ciò che è cultura (la nostra cultura) è uno schermo che ci separa dalla “verità”. La lingua, attraverso cui la cultura si manifesta (nella televisione, nella pubblicità, nella politica, nel cinema, nella stampa, nelle lettere... che è la nostra lingua) è qualcosa di artificiale, finto. Una lingua che ci mette in bocca parole che non sono nostre e che fa da filtro, qualora volessimo esprimere quello che veramente sentiamo. Il dialetto nella sua aderenza alla realtà, alla natura, è ancora portatore di verità e più “veri” di noi sono ancora gli uomini che ancora lo parlano e restano immersi nel suo mondo (il mondo delle cose che accadono in dialetto, dirà Baldini). Quelli che “umiliati e offesi”, vivono ai margini della nostra presunta civiltà (che, contro ogni logica, si regge sul consumo), coloro che non si accorgono dei cambiamenti, e che non traggono nessun vantaggio dal nuovo boom economico, anzi ne vengono travolti (quando scrive siamo alla fine degli anni ’60). Stricarm’ in d’na parola è scritto nel 1973, Zavattini, a Roma, nell’ambiente del cinema, aveva sicuramente già conosciuto Tonino Guerra, che nel 1972, era ritornato al dialetto con I Bu, Al Vousi di Pedretti è del 1975, nel 1976 Baldini pubblica È solitèri. Dieci anni prima il Gruppo ’63, aveva posto il problema dell’inadeguatezza della lingua. Lingua che non è più nostra ma quella che (attraverso i mezzi di comunicazione di massa) ci viene imposta dalla nuova società, la società neocapitalista. Negli anni ’70 la questione è ancora aperta ed incomincia a farsi strada l’idea del possibile uso del dialetto come “lingua di verità” e l’emiliano Zavattini, al pari dei nostri più famosi poeti della Romagna, la fa propria. Fra noi e le poesie di Stricarm’ in d’na parola, però, si interpone il muro della lingua. A noi che distiamo circa duecento chilometri da Luzzara, il luzzarese è abbastanza ostico, ci suona come una mescolanza poco comprensibile di emiliano, veneto e lombardo. Ho quindi pensato di tradurre Zavattini in Cesenate (è il dialetto che conosco, poi sarà facile ad ognuno riportarlo alla propria parlata). Tradotte, queste poesie sembrano non perdere troppo (dopo tutto siamo vicini, la cultura è la stessa e il più delle volte anche i suoni) e noi ci si guadagna il gusto di una comprensione immediata. Solo 49 delle 50 poesie che compongono Stricarm’, sono in dialetto, l’ultima, Congedo, è in italiano. È un congedo ironico e divertente, come è nel suo stile, ma dove, ancora una volta, traspare la preoccupazione dell’autore per una società dove la spinta al consumo viene a sostituire la ricerca della felicità. Illusione che nasconde il peggioramento della qualità della vita di ognuno. Chi c’è dietro questa macchinazione? Sicuro qualcuno di molto potente. Svelare l’inganno, dire la verità, soprattutto attraverso una lingua capace di farsi ascoltare, potrebbe avere conseguenze pericolosissime.

 

 

 

Mei a stè zet

 

Vita vita, ‘sèl ch’l a i è?

A n vreb miga dè dan a chi du che là

Ch’i è dria a ciavè a le tramèza a l erba.

 

 

Meglio star zitti // Vita vita, che cos’è? / Non vorrai mica dar fastidio a quei due là / che sono intenti a chiavare in mezzo all’erba.

 

 

Dio

 

Dio u i è.

S u i è la figa u i è.

Sol lo e’ puteva invantè

‘na ròba acsé

ch’la pis a tot a tot

in ogni luogo,

a i pansem nènca s a n gn’i pansem gamba,

apena ch’ta la toch a cambiem faza.

Fat mumènt! Longh o curt a n e’ savem a gnenca.

La fa nènca i mirècul,

a un mot

u i è arturnè la vosa

par ciamèla.

Ah s a putes spieghèm mo

l è fadiga

cmé a scor de’ nas e de’ murì.

 

 

Dio // Dio c’è. / Se c’è la figa c’è. / Solo lui poteva inventare / una cosa così / che piace a tutti a tutti / in ogni luogo, / ci pensiamo anche quando non ci pensiamo per niente, / appena la tocchi cambiamo faccia. / Che momento! Lungo o corto non lo sappiamo neanche. / Fa anche i miracoli, / a un muto / gli è tornata la voce, / per chiamarla. / Ah se potessi spiegarmi ma / è fatica / come parlare del nascere e del morire.

 

 

La basa

 

Ò vest un funerèli acsé puret

ch’u n gn’era gnenca e’ mort

dentra a la casa.

La zenta la rugiva.

A rugiva ènca mé

senza savéi e parché

lé tra la nebia.

 

 

La bassa // Ho visto un funerale così povero / che non c’era neanche il morto / dentro la cassa. / La gente piangeva. / Piangevo anch’io / senza sapere il perché / lì tra la nebbia.

 

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Cesare Zavattini, Stricarm’ in d’na parola, Milano, Scheiwiller 1973; Scrichim in t’na parola, introduzione e traduzioni dal dialetto emiliano di Luzzara nel dialetto romagnolo di Cesena e in italiano di Maurizio Balestra, tosca Edizioni, Cesena 2019.

Cesare Zavattini nasce a Luzzara nel 1902 e muore a Roma nel 1989. È sepolto nel cimitero del suo paese natale.

 

mercoledì 29 ottobre 2025

g. z.





Tenerife

Leggenda narra che non sei tu a eleggere Tenerife. 

È il Teide che decide se ci puoi vivere o no. 

Qui tutto dipende da lui, dal vulcano 

e ho finito per crederci anch’io. 


Tenerife

Cuenta la leyenda que Tenerife no se elige. 

Es el Teide quien decide si puedes vivir allí o no. 

Aquí todo depende de él, del volcán, 

y yo también lo he llegado a creer. 


Dei Guanci 

si conservano disegni, utensili, ossa. 

Dopodiché molte leggende corrono 

ma di sicuro lottarono fino alla morte 

prima di darsi vinti agli spagnoli. 

Per onorarli i loro discendenti 

hanno eretto statue 

di uomini possenti, barbuti 

armati di soli sassi e lance. 

Il mito di quei prodi sopravvive 

al perdurante frangersi oceanico 

contro gli anfratti costieri 

o tra le alture brulle dei vulcani 

e ancora terrorizza i vacanzieri. 


De los Guanches 

se conservan dibujos, herramientas y huesos. 

Desde entonces han circulado muchas leyendas 

pero sin duda lucharon hasta la muerte 

antes de rendirse a los españoles. 

En honor a ellos, sus descendientes 

erigieron estatuas 

de hombres poderosos y barbudos 

armados únicamente con piedras y lanzas. 

El mito de aquellos valientes hombres sobrevive 

al duradero embate del océano 

contra los barrancos costeros 

o entre las áridas alturas de los volcanes 

y aún aterroriza a los turistas.




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Da Lettere da Tenerife / Cartas de Tenerife, Estudio 72, Santa Cruz de Tenerife 2025, plaquette f.c. in 60 esemplari numerati da 1 a 60.

mercoledì 13 agosto 2025

Jean Robaey


Anche senza Cesena… 

     Anche senza Cesena Gabriele Zani rimane il poeta che era e che rimarrà, anche senza la sua città natale (che d’altronde, come spiega qui nella prosa Case, non conosceva da piccolo e soprattutto non riconosceva come sua). Città per me invece mitica: fu la città di Renato Serra, critico-scrittore ossia scrittore nel momento in cui faceva il critico. Vicino a Cesena abitava Ferruccio Benzoni, mentore e finissimo lettore di Zani; un altro fu il milanese Neri, ricordato in questa breve silloge (in una poesia, A Giampiero (Neri), che ricorda la confessione “Si fanno versi per scrollare un peso” di Sereni). Proprio Neri, mi ha confidato Gabriele, era preoccupato per questa partenza dall’Italia per le Canarie. Preoccupato ero anch’io, o meglio quasi offeso, abbandonato e tradito: in qualche modo Gabriele rappresentava per me e rappresenta tuttora la lingua poetica italiana quasi a livello puro, di un poeta cioè che scrive al di fuori di ogni critica se non di ogni poesia ufficiale. Il suo rapporto è, intensissimo, con alcuni poeti che predilige: Sereni, Benzoni, Neri, Orelli e pochi altri. 
     L’occhio non è cambiato, che sa cogliere minimi particolari per farne segni di vita superiori alla stessa nostra vita: “Uno sbocciare di fanciulle / che corrono giulive / fanno del lungomare tra le palme / il francobollo sulla cartolina” (Francobollo). Notevole il modo in cui il poeta riesce a riesumare il passato per entrare nel cuore, anche mitico, dell’isola e dei suoi abitanti: si vedano Tenerife, la poesia che dà il titolo alla raccolta (“Leggenda narra che non sei tu a eleggere Tenerife…”) e Dei Guanci, il cui titolo si espande (secondo una rispettabile tradizione) nel verso immediatamente successivo: “si conservano disegni, utensili, ossa”. Fino al gioco semiserio di Duolingo: “Ya soy mayor, así que por fin puedo divertirme”. 
     Sì, l’occhio è ancora quello: “con qualche commovente ricordo in più”… 

                                                                                                                                 Jean Robaey

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Conosco Jean Robaey... 

Conosco Jean Robaey grazie a una felice intuizione, e poi per intercessione del mio primo mentore Renato Turci, che da Cesena curava l’importante rivista semestrale “Il lettore di provincia”. Fu Turci a chiedere a Robaey la cortesia di introdurre alcune poesie di un giovane poeta di sua conoscenza sulla rivista. Chi avesse voglia e tempo di cercarlo, il tutto apparve appunto ne “Il lettore di provincia”, XXII, n.80, aprile 1991. Da allora in poi, ogni mia cosa, prima di essere pubblicata, è stata letta, riletta, approvata o meno da Robaey, ai cui pareri e consigli non ho più smesso di affidarmi. Tra l’altro è suo, in larga parte, il merito dell’assemblaggio della mia auto-antologia Riunione di famiglia (1982-2012). 

Per parlare dettagliatamente di Robaey e delle sue opere dovrei ricorrere a un lunghissimo articolo. Qui mi limiterò a ricordare che è nato in Belgio, a Charleroi, nel 1950. Che all’età di diciannove anni decise, grazie ad una borsa di studio, di trasferirsi in Italia, prima a Bologna, dove si laureò in Lettere Classiche con una tesi su Virgilio nel 1977, poi a Modena, dove tuttora risiede. Che è stato Professore di Letteratura francese in diversi Atenei. Che ha tradotto autori dal nederlandese, francese, inglese, sanscrito. Che è un critico, un saggista, un prosatore, e infine, e prima di tutto, che è il poeta degli innumerevoli versi de l’epica (sconosciuti ai più e candidamente ignorati, per lo più, da chi avrebbe il compito di farli conoscere), da cui tomi che probabilmente resteranno negli annali come un’impresa eroica, in ogni senso davvero “epica”. Potrei continuare, come detto poc’anzi, ma insomma, per quanto interessa qui, Robaey è un lettore dallo sguardo di lince e dall’orecchio finissimo, con una idea altissima della letteratura, quasi mistica, intesa come totalmente al di fuori di ogni commercio e dispute da salotti letterari. 

Bene. Sta per uscire a Tenerife, che frequento dal 2019 e in cui risiedo stabilmente dal 2021, Lettere da Tenerife / Cartas de Tenerife, una silloge di poesie e prose in doppia versione italiana / spagnola. Il 9 agosto, insieme al file contenente le ultime osservazioni e segnalazioni riguardanti la silloge, ricevetti da Robaey un secondo file, accompagnato dalla breve missiva che qui riporto: “caro gabriele, ti mando due allegati (il secondo è un testo che la tua raccolta mi ha ispirato: l’ho scritto per te). la raccolta è bella, ho dei dubbi, come leggerai, su due testi. grazie per avermela mandata in anteprima. stammi bene”. Il testo in questione è quello che qui si può leggere, ringraziando Jean per avermi permesso di pubblicarlo. 

Si tratta di una silloge che stamperò a mie spese, fuori commercio, in pochi esemplari destinati ad amici e conoscenti, e il lettore si troverà piuttosto spaesato leggendo il testo squisitamente confidenziale dell’amico, ma tant’è, per adesso gli basti il pensiero.
                                                                                                                                                
                                                                                                                                                  g.z.

sabato 12 luglio 2025

g.z.



Piccolo esame di coscienza


Sono romagnolo, vengo dalla provinciale Cesena che, nel 1884, diede anche i natali al critico letterario Renato Serra, morto sul monte Potgora ad appena trentuno anni, all’inizio della prima guerra mondiale. Nonostante la prematura scomparsa, Serra riuscì a distinguersi nel panorama della letteratura italiana ed europea del suo tempo proprio grazie alla sua voce così particolare, inedita, di decentrato “lettore di provincia”, come egli stesso si autodefinì.

Alcune delle sue migliori pagine Serra le dedicò ad un altro provinciale a denominazione di origine controllata, Giovanni Pascoli, nato nel 1855 a San Mauro di Romagna (dal 1932 San Mauro Pascoli), che dista una ventina di chilometri da Cesena. 

Romagna, una tra le poesie giovanili più riuscite e giustamente celebri del Pascoli, prima di estendersi alla regione intera, al “paese”, si apre con la commossa rievocazione dell’infanzia felice, quando ancora abitava insieme alla famiglia nella villa dei principi Torlonia, di cui il padre Ruggero fu amministratore del latifondo fino al 1867, anno in cui venne inopinatamente ucciso con una fucilata mentre da Cesena rientrava col suo calesse a San Mauro, che il poeta non per nulla chiamò “villaggio”. 
                                     
Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange) Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino [...]

Bisogna infatti ricordare che la poesia fu composta nel 1880, quando gli abitanti di San Mauro erano poco più di duemila. Non va peraltro dimenticato che Pascoli, parimenti a Serra, ebbe in sorte di appartenere a una famiglia benestante, di poter studiare e laurearsi, quando invece la maggioranza degli italiani e non solo, erano poveri contadini e analfabeti. Il che permise loro di guardare oltre all’amata terra natìa, con occhi lucidi, senza cadere nelle stagnanti abitudini mentali e negli stucchevoli pregiudizi tipici di chi non ha mai messo un piede fuori dal proprio territorio. 

Oggi il mondo è cambiato, viviamo tutti nella cosiddetta globalizzazione, nell’era di Internet che ha annullato ogni tipo di distanza, ma la verità è che non basta connettersi a Internet per sprovincializzarsi. Dico questo perché ho vissuto a Cesena fino a pochi anni fa, e perché ho realmente compreso cosa significhi essere o non essere provinciale quando mi sono trasferito nel sud di Tenerife, nella città di Los Cristianos che, intendiamoci, non è certamente una metropoli.

Però Los Cristianos, nonostante sia assai più piccola di Cesena, ha questo di diverso, che basta aprire la porta di casa per incontrare persone di ogni ceto e provenienza che vanno e vengono da un aeroporto ad un altro, e per scoprire che il mondo è assai meno uniformato e noioso di quanto io ho potuto sperimentare per una sessantina d’anni, come molto prima e molto meglio di me già sapeva bene il mio più illustre concittadino Renato Serra.


martedì 1 luglio 2025

Giampiero Neri


Milano, aprile 2014


Ricordi di un’amicizia

Era il 2001 quando Giampiero Neri, al quale avevo inviato la mia raccolta di poesie I rimanenti, rispose a giro di Poste dicendomi che aprendo il libro a una certa pagina aveva “subito sentito che eravamo amici”. E cosi è stato. 

Un’amicizia sincera, aperta all’ascolto reciproco, vissuta, bontà sua, alla pari, nonostante le differenze d’età e di cultura (nel 2001 Neri aveva 74 anni ed era già un poeta affermato, mentre io solo 42, e dovevo ancora farne di strada). Un’amicizia presto diventata un sodalizio (in seguito abbiamo a più riprese scritto pubblicamente l’uno dell’altro) che continua, come sta a testimoniare questo articolo. 

Ovviamente, lui a Milano e io a Cesena, erano più le telefonate che gli incontri. A Milano erano incontri frettolosi, giusti appena per pranzare insieme in uno dei ristoranti di pesce nei dintorni della sua casa di Piazzale Libia. A Erba, dove trascorreva i mesi estivi nella casa di villeggiatura, avevo invece la possibilità di fermarmi per due tre giorni, pernottavo nella vicina Canzo, e di solito mi portava a mangiare da Negri, all’aperto, in riva al lago di Pusiano. 

Da lì si poteva scorgere l’abitato di Bosisio-Parini e, tra una chiacchierata e l’altra, a Giampiero piaceva rammentarmi qualche verso esemplare del Parini. Usciti dal ristorante, una volta ci spingemmo fino a Longone al Segrino, a vedere ciò che rimaneva della fastosa villa della famiglia Gadda, l’odiata villa de La cognizione del dolore, l’opera che Neri più apprezzava del suo sventurato e inconsolabile conterraneo.

L’ultima volta che ho visto Giampiero è stato proprio a Erba, davanti a casa sua, poco prima di risalire sulla mia auto e far ritorno a Cesena. Ricordo anche il giorno preciso, perché di lì a poco scrissi le due righe promemoria che seguono.

Era il 2 luglio 2019. Ci salutammo commentando le bellezze del luogo e la gente, non proprio ospitale. «Vai adagio», furono le sue ultime parole, come una carezza.

A tutti i consigli che gli chiedevo, soprattutto riguardo alle poesie che andavo scrivendo, egli quasi mai rispondeva fornendomi suggerimenti tecnici, sostituzioni, modifiche, ma piuttosto attraverso inviti a ripensare più attentamente a quanto avevo scritto, una frase, una parola, mirati a farmi riflettere. Inviti a fin di bene, che ho sempre accettato di buon grado, e senza mai pentirmene. L’unico che non ho ascoltato fu proprio in quei giorni d’estate del 2019 quando, lasciandoci, sapevamo entrambi che forse non ci saremmo più rivisti, perché, anche se Giampiero disapprovava, avevo deciso di trasferirmi alle Canarie, dove tuttora vivo. 

Un’altra volta, ricordo, quando gli dissi che grazie a lui stavo imparando a scrivere molto meglio, mi stupì confidandomi che era lui che aveva appreso molte cose da me, più lui da me che io da lui, incredibile ma vero! Ma Giampiero era questo, un maestro atipico, umile, generoso, altruista, con un occhio preferenziale verso i più deboli. 

Tutte cose che mi sono tornate in mente leggendo Utopie, l’ultimo libro, uscito nel marzo del 2023, un mese dopo la morte, ma di cui Neri riuscì a rivedere le bozze, come sappiamo dal suo amico e biografo Alessandro Rivali, direttore delle Edizioni Ares, che lo ha pubblicato. Ci tenevo molto a leggerlo, ma siccome alle Canarie di libri italiani non se ne vedono, me lo sono fatto ordinare e spedire dall’Italia. 

L’ho letto e riletto in poche ore, e si tratta di “un vero testamento spirituale”, come giustamente si dice nel risvolto di copertina. Nel contempo è anche, posso aggiungere, il tentativo di meglio definire, e quindi di inserire in extremis alcuni tasselli ancora ritenuti mancanti a quell’unico libro di cui Neri si considerava autore, come dichiarò in diverse occasioni, e a cui ha lavorato finché ha potuto, appunto.

A “Finestre”, come il lettore potrà notare, Giampiero collaborò più volte, nel 2011 anche con una Piccola intervista, in cui affermava:

Alla verità si arriva cercando in se stessi. Non ci sono maestri. Ognuno di noi è responsabile di quello che pensa e dice. Dobbiamo dunque abituarci a criticare le nostre idee, ossia sottoporle al vaglio di una nostra rielaborazione critica. Come usiamo fare con i nostri “versi”, che possiamo sottoporre anche al giudizio di altri, ma il collaudo definitivo rimane pur sempre il nostro.

Chiudo proponendo il testo che si trova a p. 99 di Utopie. Ed ecco che ritorna la verità, come un mantra induista o, se si preferisce, a riconferma del biblico “niente di nuovo sotto il sole”.

Il manufatto è nudo, privo di qualunque ornamento.
Deve solo rispondere al bisogno di verità.

g.z.

mercoledì 18 giugno 2025

Marco Ferri



Nella scia di Vecchi scemi che presentava tredici “racconti”, è appena uscito, ancora per le edizioni peQuod, Le cose non sono più come prima, che stavolta ne propone ventuno. Benché tra l’una e l’altra opera siano trascorsi otto anni, sembra un giorno, i due libri si somigliano come fratelli siamesi. Il fatto è che Ferri, che ha pubblicato il suo primo vero libro, di poesie, Prove e variazioni, a trentacinque anni, ha una bibliografia che si legge in un minuto tanto è scarna e cadenzata, e che insomma, d’abitudine pubblica poco, e/ma sempre a colpo sicuro, come sanno i suoi affezionati lettori. 

Perciò francamente non si può dire quale dei due libri sia riuscito meglio, nel senso che c’è una continuità profonda tra i due, ossia non di mera superficie, dunque non tanto perché a p. 29 del secondo ricompaiono, per esempio, gli altri vecchi scemi del primo, e neppure in ragione della scrittura fresca, senza orpelli, quasi parlata che contraddistingue Ferri e che quindi, ormai, non è più una novità. Una fedeltà profonda, ripeto, interna ai testi, di gusti, idee, sentimenti, nel solco scavato da una resilienza (resistenza, si sarebbe detto anni fa) ai tempi che mutano, in bene o in peggio, che ci piaccia o meno, come dichiara senza alcuna enfasi il didascalico titolo, Le cose non sono più come prima.

E se insisto a mettere tra virgolette il termine “racconti” (così vengono chiamati, ma appunto senza virgolette, nei risvolti anonimi di copertina di entrambi i libri) è perché, come già notai a suo tempo per Vecchi scemi, il termine “racconti” mi pare una definizione di comodo, utile certo a catalogare i testi, a etichettarli in qualche modo, ma a me non sembrano racconti in senso stretto, come se ne scrivevano e leggevano fino ai primi del Novecento, sicché preferisco definirli scritti, opere, testi, termini certo generici ma anche, ritengo, meno fuorvianti.

C’è tutto Marco Ferri in questi testi, il poeta, l’intellettuale, l’ex bibliotecario, l’uomo con le sue sofferte verità. Nonostante l’autore si guardi bene dal riferirsi direttamente a sé stesso, sono i suoi personaggi che qua e là ce lo ricordano, di volta in volta trasognati o meditabondi, monologanti o svagati, o intenti a barcamenarsi in autoanalisi.  Tuttavia l’immedesimazione di Ferri nei suoi personaggi è tale che anche i lettori vi si potranno riconoscere, perché comunque hanno in dono una vita propria e si rivolgono ad ognuno di noi, alla coscienza di ognuno di noi. Non a caso uno dei testi, richiamando ironicamente Pirandello, si intitola L’autore in cerca del personaggio.

Sono personaggi per lo più simpatici o, forse meglio, “persone” simpatiche, quelle tirate in ballo da Ferri, spesso soggetti perduti e perdenti, sconfitti dal passato come dal presente, e per giunta senza un futuro in cui credere. Talvolta fanno sorridere, non proprio ridere a pensarci un po’, come i Bouvard e Pecuchet di Flaubert, citati da Marco a p. 157. Qui di seguito, in chiusura, un paio di excerpta.


Quanto tempo perso.
Però, credetemi, sono stato onesto. Questo mio pensare senza pensare è tutto quello che ho e soprattutto è quello che sono. Non c’è altro. Le risposte non vengono con il ragionamento, il più delle volte. Ed è strana questa cosa. Ci vuole una specie di calore interiore, una affermazione non verbale, uno stato di grazia. Questo fa capire di solito che il primo tassello è quello giusto: questo ineffabile sorriso interiore, e poi via, si parte. Il fatto è che ognuno vive solo.

Prendilo come un dono. Un dono per un amico da un amico che non ha mai saputo vivere nel presente. Un dono che ti lascio come un oggetto caro dentro una tomba etrusca.

 

                                                                                                                                               g.z.