FUOR DI LIBRI
Juvenilia
Quando ancora riesco a vedermi nella canicola
dal casale della nonna scarpinare giù
tra i campi ancora fumanti di rugiada
fino al torrente Rigossa rimasto un fossato
velato da lenzuoli trasparenti
tra i ciottoli e la sabbia scivolosa
dove scodinzolavano i girini
e ancora sento il solletico
dell’acqua fresca salirmi dai piedi
o ancora tento l’andirivieni di una libellula
un concerto di cicale o un luccicare di lucciole.
Torna di tanto in tanto il fanciullo che ero
a dirmi che la vita è stata
sui gradini di granito di una casetta di periferia
un giocattolo di latta, forse una ruspa, un meccano
troppo bello per non cedere alla tentazione
di smontarlo e di guardarci dentro
fino a rimanere con un pugno di viti
di ghiere di rivetti di perni di bulloni
da non capirci più niente.
Lassù
Lassù, tra calanchi e dirupi, da dove talvolta si vedeva volare il falco pellegrino, l’acqua del fiume Savio, prima di ridiscendere verso valle, scivolava da una piccola diga in una conca dove stazionavano rare, timidissime trote che mangiavano sul presto, mai oltre una certa ora della mattina, e non sempre, perché c’erano mattine che disdegnavano il cibo, ma questo il pescatore lo sapeva.
Tornava a inerpicarsi fin lassù, innanzi tutto per il piacere di ritrovarsi di nuovo solo, nel silenzio, a rimirare l’acqua ancora pura, innocente, di quella conca sperduta che per lui, in definitiva, valeva forse di più di ciò che riservava.
Fondo di magazzino
Una pistoletta di latta, bilie di vetro, francobolli.
Una cravatta nera e sottile, del periodo punk.
Un biglietto d’ingresso per la sera di ferragosto del 1986 al Club 3000 di Lido di Savio.
Una tessera del Melkweg (Multi Media Zentrum) di Amsterdam.
Un bicchiere da bagno in polipropilene dello storico marchio “Moplen” di Montecatini.
Un poster dell’album “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd.
Un rimario.
Una stella alpina, o edelweiss.
Un cavalluccio marino, o ippocampo.
Alcuni noccioli, o endocarpi, della “Bella di Cesena”.
“Fuor di libri” dunque ma dentro alla parola poetica, intendendo con questa non solo la parola che vive nel o del verso ma quella che vive dentro al discorso, questo sì, poetico. Ormai la pace è stata fatta nei testi di Zani tra prosa e poesia, che appaiono categorie sorpassate: “Juvenilia” è in versi, “Lassù” in prosa distesa, “Rimanenze” in prosaici paragrafi cortissimi, “Fondo di magazzino”… in lunghissime righe o afflati di voce che non sopportano sospensione.
“Fuor di libri” ma dentro alle cose della vita, con tanto di nomi e di riferimenti concreti, di realia che si rifiutano di diventare simboli – anche se, volenti o nolenti, finiscono con l’essere tali: viti ghiere rivetti perni bulloni… il fiume Savio e il lido di Savio… i tubi Innocenti… i Pink Floyd e la Bella di Cesena. Una ricerca affannata della parola giusta (e affascinata dalla parola giusta): che più la trovi e meno lo è: “Una stella alpina, o edelweiss. / Un cavalluccio marino, o ippocampo. / Alcuni noccioli o endocarpi, della ‘Bella di Cesena’”. Una “conca”, un abisso che “per lui, in definitiva, valeva forse di più di ciò che riservava”.
Fino a rimanere “con un pugno di viti”: “Fondo di magazzino” per l’appunto, “Rimanenze” dei poeti rimasti fedeli “Rimanenti”, fedeli testimoni.
Jean Robaey